La Nostra Fondatrice Mai Vi Spiega Il Percorso e i Valori di Opera Zero

Dal lancio del brand nel Luglio 2020, abbiamo anche ricevuto molte domande dai nostri sostenitori riguardo all’etica, i valori e il background di Opera Zero: dalla sostenibilità, alla nostra missione di decolonizzare l’industria beauty. Se ci segui su Instagram, potresti aver notato che usiamo l'hashtag #morethanbeauty nella nostra bio. Definiamo anche Opera Zero come un marchio che offre "beauty for every-body".

Perché? Cosa intendiamo esattamente con questo?

La nostra fondatrice Mai Vi, ha voluto spiegare questo alla nostra comunità e anche rispondere alle domande che abbiamo ricevuto. Racconta il suo percorso, come l'abbia portata a sviluppare Opera Zero, e spiega perché i due sono strettamente intrecciati. Puoi guardare il video completo (in inglese) sull'IGTV di Opera Zero.

Alleghiamo anche una trascrizione in italiano qui sotto. Continuare a leggere.

Introduzione

Ciao a tutt*, come state? Voglio ringraziarvi per la vostra presenza e il vostro supporto, sono estremamente apprezzati. Ho pensato che sia tempo per me di presentarmi. 

Mi chiamo Mai Vi, i miei pronomi sono Lei/le  e sono l’artigiana dietro il brand Opera Zero. I principi chiave di Opera Zero sono onestà, trasparenza e cura intesa come cura per sé, cura per le persone e per l’ambiente. Partendo da questa base, ho deciso di condividere la mia storia e quella dell’origine di Opera Zero in piena trasparenza. 

Dato che Opera Zero è basata sulle mie convinzioni, la mia voce e verità, ero dubbiosa riguardo il condividere la mia storia - quali aspetti del mio percorso potevano essere interessanti? Come parlarne? Perchè sto creando Opera Zero in questo modo specifico? Che importanza ha? Posso condividere la mia storia? Sì, lo è...e quindi eccoci qui.

Storia personale

Sono una donna cisgender mista con alle spalle una decade di residenza nel Regno Unito, il luogo in cui il concetto di Opera Zero è nato. Durante la mia vita a Londra, ho appreso le tecniche che mi permettono di creare i prodotti che condivido con voi dalla formula alla bottiglia. Come molti altri espatriati a Londra, ho lavorato nel settore  vendite, e come manager di produzione per diversi negozi e marchi. Ho anche deciso di imparare da autodidatta le tecniche di saponificazione e formulazione cosmetica.

Sull’identità: Unire norme socio-culturali e valori ad una crescita etica

Il processo di creazione di Opera Zero ha significato dover considerare le sfumature socio-culturali che hanno plasmato la mia identità e, a mia insaputa, nel momento in cui ho cominciato a lavorare per trasformare i miei sogni in realtà, ho anche dato il via ad un processo di decostruzione degli elementi che avevano costituito la mia identità fino ad allora. 

Chi pensavo di essere, ciò che credevo di sapere, sono diventati alcuni dei temi ricorrenti nel mio percorso che mi ha chiesto di esaminare e disimparare le certezze che avevo nella vita. Niente di tutto ciò è stato frutto di una scelta consapevole, mi ci sono semplicemente ritrovata in mezzo. E’ stato certamente un processo intenso che sta proseguendo anche in questo esatto momento. La mia identità è un “work in progress”.

Tornare in Italia

Tornare in Italia è una decisione che rivendico, chi non vorrebbe tornare a casa?

Beh, lasciatemi dire, non è stato il ritorno idilliaco alla Bella Vita che si potrebbe sperare, mi sono sentita atterrita e spaesata, è stato un shock. L’intensità di questo shock ha involontariamente dissotterrato ricordi che avevo sepolto dentro di me, emozioni e problematiche irrisolte relative alla mia precedente esperienza da bambina e giovane adulta in Italia. Questo ritorno mi ha sfidata ad affrontare il panico e l’imbarazzo, mentre all’improvviso mi ritrovavo incapacitata a comunicare cosa significasse per me essere vista e trattata come “l’altro”/ “il diverso” e nel mentre processare il mio trauma passato.

Attenzione: pensare che a Londra le cose siano “più facili” perché si tratta di una metropoli dalla mentalità più aperta sarebbe un pensiero ingenuo e che sottovaluta la brutalità e pericolosità del processo di “integrazione”. Nel Regno Unito sono diventata quasi bianca. La metà di me che era Italiana era tenuta in alta considerazione, ero Italiana – e basta. L’altra mia metà Vietnamita era diventata quasi invisibile alla società - mai del tutto però, perché non esiste esenzione dalle mille facce della discriminazione razziale. 

Il punto è che la mia prossimità alla bianchezza in quanto persona mista di discendenza asiatica mi ha permesso di entrare in spazi a cui non avrei avuto accesso in Italia, e questo in sé è un privilegio. Tornata in Italia, mi è stato prontamente ricordato che era impossibile io fossi “italiana”, data la mia faccia e il mio nome. Cosa sono quindi? Davanti a questa realizzazione, BOOM! Sono crollata. Come navigare tutto ciò?

Il seme del risorgimento contro il razzismo

A Londra, negli ultimi mesi che hanno preceduto il mio rientro in Italia, una persona cara aveva piantato un prezioso seme in me, seme che ha fortunatamente trovato terreno fertile e che come dice qualcuno, “è cresciuto in proporzioni divine”. Per poter vedere me stessa, dovevo prima aprire gli occhi sulla sovrastruttura che è il razzismo sistemico e utilizzare un approccio antirazzista a come vivo la mia vita tutti i giorni. Questo mi ha permesso di identificare e nominare tutte quelle esperienze che avevo subito e compresso in me crescendo in Italia.

Concettualizzare la mia esperienza in qualità di donna razzializzata attraverso questi concetti mi ha aiutato a capire i molti modi in cui sono stata condizionata all’interno di questo sistema patriarcale, capitalista e di suprematismo bianco. Il razzismo si cela ovunque, è pervasivo, è radicato in noi – e sto lavorando attivamente per estirparlo in me stessa. Lavoro sul condizionare me stessa a riconoscerlo, specialmente nelle sue forme più sottili. Questa scelta di costante consapevolezza viene fatta con la promessa di essere seguita da azioni concrete.

In che modo questo percorso personale si unisce a Opera Zero?

Così come mi evolvo io, lo stesso accade ad Opera Zero, la cui intera metodologia di business è centrata attorno ai principi chiave e modelli di Antirazzismo e Decolonizzazione. Come team, il nostro processo decisionale parte con un riconoscimento di questo elemento base, che ci aiuta a strutturare le nostre idee in azione partendo da questa prospettiva. Si tratta di un processo collettivo di smantellamento e ri-educazione che tutto il team affronta, dove responsabilità personale e sociale sono prioritarie.

Siamo nel 2020, stiamo vivendo durante una pandemia globale, siamo testimoni di proteste e sollevamenti civili e il nostro pianeta sta letteralmente andando a fuoco: cosa stiamo aspettando? Ingiustizie socio-ambientali divampano davanti ai nostri occhi. Le aziende hanno la responsabilità di impegnarsi nel trovare soluzioni alle problematiche che affrontiamo come comunità. Con questa consapevolezza al timone della nostra pratica, Opera Zero va oltre alla bellezza e ha un impegno morale #morethanbeauty. Perché?

Quale bellezza?

Il dizionario descrive la bellezza come: “ Una combinazione di qualità come forma, colore, o proporzioni che appagano il senso estetico, specialmente la vista.” La nostra concezione di bellezza è innata oppure viene modellata e plasmata da altri fattori come ad esempio la nostra società? 

Credo sia un mix delle due cose, secondo Shakespeare “ La bellezza è negli occhi di chi guarda” e da qualche parte ho letto che “La bellezza è negli occhi del colonizzatore” – devo dire che questa versione mi suona più vera. Dobbiamo impegnarci a decostruire la nostra concezione di bellezza correlata all’industria cosmetica. In quanto settore dell’industria offriamo prodotti e servizi creati per prendersi cura del nostro organo più grande: la pelle. Non sono qui per vendervi la favoletta di come “ quello che mettete sulla vostra pelle viene assorbito nel vostro flusso sanguigno.” Preferisco dirigere la mia attenzione e quella di Opera Zero verso lo stigma e la razzializzazione che coinvolge i colori della pelle.

Infatti l’industria beauty ha giocato e gioca tuttora un ruolo molto importante in questo processo. Se guardiamo a questa problematica a un macrolivello possiamo scoprire come rituali di bellezza apparentemente innocenti abbiano un impatto molto maggiore di quanto si pensi. Vorrei condividere con voi alcuni spunti che sono emersi per me quando ho iniziato a mettere in discussione ed analizzare queste tematiche - quindi approfondiremo ogni singolo argomento sulla nostra pagina Instagram o sul nostro blog. Solo una breve precisazione: uso questi principi come punti chiave per navigare l’industria beauty e per allineare le mie scelte con i miei valori etici e la mia creazione artigianale. 

Sostenibilità, ambientalismo intersezionale

Siamo sinceri e ragioniamo insieme: se avessi davvero voluto essere sostenibile, forse non avrei dovuto aprire un’altra azienda, mettere in vendita un’altra linea di skincare, vendere prodotti e chiedervi di consumare. Il punto è che, per quanto le nostre pratiche possano essere “green”, siamo comunque un business e il nostro impatto ambientale contribuisce ad aumentare le emissioni di CO2. Produciamo rifiuti e spostiamo materiali grezzi da un luogo all’altro per poterli processare e realizzare il prodotto finale. Il nostro impegno a riguardo è di responsabilizzarsi, e di mettere in discussione i nostri sforzi, procedure etiche e pratiche attraverso tutta la filiera di produzione. 

Durante tutto il processo di concepimento di Opera Zero, mi sono domandata: come poter essere sostenibili in una economia capitalista che ha fatto del greenwashing l’ennesimo specchietto per le allodole dal momento in cui lo stile di vita “green” è entrato nella cultura mainstream? Quello che ho imparato è che anche la sostenibilità deve essere intersezionale. Dovremmo approcciarci alla sostenibilità con cautela e prestare attenzione ai fattori in gioco – giustizia ambientale, giustizia sociale, parità di genere e rappresentazione devono essere prioritari durante ogni step. Dobbiamo anche impegnarci in dibattiti culturali per confrontarci maggiormente con un pubblico più ampio e variegato di consumatori riguardo a questioni che stanno loro a cuore, perché le loro scelte e richieste hanno il potenziale di dare forma alla società e al mondo i cui viviamo.

Decolonizzare le formulazioni cosmetiche 

E’ possibile?

Questa è una domanda difficile e complessa a cui rispondere. Voglio usare questa opportunità per lanciare un dibattito con i miei colleghi artigiani del beauty e proprietari di brand per parlare di questa tematica e approfondire la nostra conversazione a tal proposito – amici formulatori,non siate timidi! Mi appello a voi per portare avanti questa nozione e metterla in discussione, so che mi state guardando, vi vedo.

Questa discussione nasce dalla mia esperienza nelle relazioni con la clientela in diversi negozi. Ho notato uno schema: regolarmente il mercato proclamava un nuovo “portentoso” ingrediente. Questi ingredienti venivano spesso definiti come “esotici” (teniamo conto della storia che sta dietro all’uso di questo termine per definire dei prodotti? Perché credo che contenga un pregiudizio coloniale, specialmente quando si riferisce a persone o ingredienti) - al loro stato grezzo questi ingredienti sono considerati sacri, tradizionali o medicinali dalle popolazioni e culture indigene la cui terra e le cui vite vengono sfruttate. 

Considero anche l’uso di questi materiali grezzi come una forma di appropriazione e oppressione culturale, in un certo senso. Chi è incaricato di raccogliere e vendere tali ingredienti nel mercato globale? Grandi corporazioni o la popolazione locale? Questo processo di pensiero ha generato altre domande: cosa dire di quelle cooperative e progetti di mercato equo e solidale la cui sopravvivenza è legata direttamente alle richieste del mercato occidentale? Cosa fare riguardo a quegli ingredienti che hanno una composizione chimica unica, non riproducibile sinteticamente in laboratorio e per cui non esiste un sostituto (es. Olio di jojoba, olio di cocco, ecc.)? 

Decolonizzare gli standard di bellezza eurocentrici

Dalla rappresentazione nei media di prodotti schiarenti per la pelle (che ora non vengono più chiamati così, ma sono ancora venduti sul mercato) - corpi dalla pelle chiara, capelli biondi e lisci, occhi blu, magri, abili e giovani, hanno dominato il nostro immaginario collettivo a conferma di cosa sia la bellezza. Questo non è opera solo del patriarcato: questo è razzismo, perché l’estetica bianca è stata imposta come l’apice della bellezza indiscusso. Il processo di decolonizzazione dei canoni di bellezza è stato intrapreso dalle donne nere, che sono sempre state in prima linea nella lotta per la liberazione dei diritti femminili. 

Conclusione

Spero che questo video abbia risposto ad alcune delle vostre domande e fornito chiarezza riguardo ai nostri contenuti e vi abbia fatto mettere in discussione voi stessi e l’industria beauty.

Continueremo ad avere queste conversazioni qui, ma anche su altre piattaforme e nella vita reale specialmente. Spero vi decidiate a relazionarvi con una pratica antirazzista e…. BUON LAVORO!

Se avete delle domande sentitevi liberi di scriverci [via i social o su opera@operazero.it].

 

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